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lunedì, 26 settembre 2005

La famiglia è in crisi. Il problema è quale. Dividiamoci gli elenchi telefonici.
postato da: egovirtuale alle ore 22:02 | link | commenti (2)
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venerdì, 23 settembre 2005

E' solo un blog.
postato da: egovirtuale alle ore 19:24 | link | commenti (6)
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giovedì, 22 settembre 2005

Deadcandancecocteautwinsamonduulpopolvuh? Sigur Ros.
postato da: egovirtuale alle ore 21:50 | link | commenti (5)
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Takip Irina.
postato da: egovirtuale alle ore 21:42 | link | commenti
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mercoledì, 21 settembre 2005

Sostenibilità è un concetto usato generalmente in associazione ad una idea di progresso e sviluppo nel rapporto tra trasformazione e mantenimento dell’ecosistema.
E’ però un concetto che può essere esteso dall’ambiente (come contesto di vita dell’uomo) all’uomo stesso. Quanto le trasformazioni ambientali, del contesto, di parte del sistema sono sostenibili da un individuo parte di quel sistema, abitante o appartenente a quell’ambiente o contesto?
Si può dire che quando una situazione non è sostenibile, ci sono tre possibilità di reazione: la prima è di scaricare il “peso” altrove; la seconda è di cedere sotto il peso; la terza è di acquisire risorse capaci di modificare la soglia di sostenibilità.
In genere la via più economica è proprio quella di scaricare. Quando una situazione non è sostenibile, si cerca di scaricare i costi, il peso della insostenibilità su altri. Ciò è evidente nel mondo economico e relazionale: la perdita di competitività di una azienda viene scaricata sul numero dei dipendenti; le minori entrate statali vengono scaricate innalzando le imposte; il bambino che viene redarguito se la prende col bambolotto; il guadagno della impresa edile viene scalato sulla qualità dei materiali, e così via.
Spesso la politica è scaricare fino al punto di rottura e nel caso di rottura, isolare ciò che si è rotto per evitarte spiacevoli effetti boomerang.
E’ anche vero che la soglia di sopportazione non è assoluta. Gli individui resistono in maniera diversa alle sollecitazioni, alla pesantezza del carico che sta sulle loro spalle, alle crisi, allo stress, al disagio, alla tensione ecc. Alle volte la capacità di sostenere una situazione di stress può essere efettivamente sotto le possibilità o le potenzialità. Ciò è particolarmente vero quando si vogliono difendere privilegi, posizioni di vantaggio e di tranquillità, di scarsa turbolenza.
La terza via è quella di aiutare le persone a farsi carico di ciò che sono in grado di sostenere, sapendo che in questo esiste una dimensione dinamica ed evolutiva, di cambiamento possibile. Esiste aanche una dimensione valoriale di responsabilità, in base alla quale chi non si fa carico di ciò che può sopportare e scarica all’esterno i costi in eccesso, compie un’operazione eticamente non ecessariamente condivisibile e utile anche allo stesso sistema.
Una società civile, che possa chiamarsi tale è una società che pensa a sé stessa come un ecosistema in cui le scelte, le azioni, le trasformazioni, i cambiamenti dell’uomo sulla natura, sull’ambiente e nei confronti di altri umani debbano essere egualmente sostenibili. Una società tale è capace di lavorare in modo omogeneo e non diseguale sullo sviluppo di capacità diffuse di sostenere i cambiamenti. E’ una società che si fa carico della sostenibilità dell’impatto del vivere sociale su di sé, sulle proprie parti e sul contesto “naturale” nel quale è inserita.
Questo allargare il concetto di sostenibilità “umana” alle pratiche umane, indica una strada tutta da percorrere e da scoprire. E’ una strada nuova nell’ambito delle politiche sociali e di welfare. Da questo punto di vista, il problema non è più soltanto chiedersi ad esempio fino a che punto sono sostenibili per lo Stato i costi del welfare, ma soprattutto fino a che punto sia sostenibile per una persona la povertà, il mancato esercizio di diritti di cittadinanza, l’inadeguata soddisfazione di bisogni di base e così via. Oppure fino a che punto siano sostenibili per i lavoratori le disennate politiche aziendali di delocalizzazione all’estero. Fino a che punto sia sostenibile il depauperamento della cosa pubblica a favore di vantaggi privatistici ed elitari. Quindi, passando alla pratica: come agire per tradurre l’idea di empowerment dei soggetti, dei gruppi, delle comunità locali in capacità di sostenere e in capacità politica di redistribuzione equa dei costi nel segno di una società ecosistemicamente sostenibile (anche al suo interno)?
postato da: egovirtuale alle ore 23:24 | link | commenti
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E vabbè sì, sono gli accordi di un vecchio pezzo dei Chrome. E allora?
postato da: egovirtuale alle ore 22:02 | link | commenti
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LA BALLATA DEL TONI NEGRI
Sol                        Re#-7
Non è più l’operaio a inserire
     Fa6                       Si4
l’oggetto naturale modificato
                    Sisus                    Sol9 Mi5 Re#-7 Sol
come termine medio tra sé e l’oggetto;
egli inserisce invece il processo naturale,
che egli trasforma in un processo industriale,
come mezzo tra sé e la natura inorganica
di cui si impadronisce.
Che egli trasforma in un processo industriale,
come mezzo tra sé e la natura inorganica
di cui si impadronisce.

Rit.:
 Dodim                        Re4/7
Egli si sposta accanto
    Mi           Re5 Re7 Re7+
al processo produttivo
Sisus
invece
    Mi           Re5 Re7 Re7+ Sol
di esserne l’agente principale.

In questa situazione modificata non è né
il lavoro immediato, eseguito dall’uomo stesso,
né il tempo che egli lavora,
bensì l’appropriazione della sua forza produttiva generale,
la sua comprensione della natura e il dominio su di essa
attraverso la sua esistenza di corpo sociale
- in breve lo sviluppo dell’individuo sociale,
che si presenta come il grande pilastro
della produzione e della ricchezza.
Grande pilastro della produzione e della ricchezza.
 
Rit.:
Egli si sposta accanto
al processo produttivo
invece
di esserne l’agente principale.
 
Mi Mi4 La-    La-7       Do   Do+
Il furto di tempo di lavoro altrui,
sul quale si basa la ricchezza odierna,
si presenta come una base miserabile
in confronto a questa nuova base
creata dalla grande industria stessa.
 
Ad libitum:
Il furto ecc..
postato da: egovirtuale alle ore 21:55 | link | commenti
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Ci siamo trovati nella necessità di imparare velocemente a convivere con le regole dell’ipocrisia, dopo aver dovuto rinunciare (e dopo averle più o meno ferocemente attaccate) alle regole possenti della menzogna. In sostanza abbiamo fatta nostra la menzogna, che fino a prima si stagliava al di fuori di noi per orientarci come un faro. Convivere con le contraddizioni, anzi sopravvivere nelle contraddizioni – contraddizione vivente noi stessi – ha significato imparare lo sguardo omissivo dell’ipocrita. La menzogna è migrata da fuori a dentro. Chi si lamenta, chi reclama una terra di mezzo chiamata verità, vada a ripetizione.
 
Parlare di verità e di sincerità – di arrivare alla verità attraverso la sincerità e la franchezza con sé stessi – risulta pertanto una richiesta insolubile: tenere i pezzi insieme è possibile soltanto a patto di avere molte morali, spiegazioni intercambiabili, oblii selettivi e così via.
 
Forse val la pena – se un’alternativa la vogliamo trovare (almeno per salvare la faccia e tirare avanti, finchè un’idea nuova non si faccia avanti) – pensare alla verità e alla sincerità come acquisizioni temporanee e circoscritte: dire qualcosa su di sé e sul mondo, sul proprio ed altrui stare al mondo, pertiene a oasi di senso. Posso darmi spiegazioni che hanno senso soltanto per un periodo di tempo limitato ed entro contesti limitati. Sono spiegazioni che orientano: servono per quel che servono. Non saran certo la stella polare, ma per muoversi van bene.
 
Si sa sempre troppo poco e mai abbastanza. D’altra parte io non voglio che il poco sapere sia condizione di esclusione sociale dalla verità.
 
Ognuno allora ha le sue piccole verità, a tempo, a scheda, a credito.
 
Fiammiferi; segnali.
 
Si naviga a vista, su portolani d’ipocrisia.
 
Cercando l’india, trovò le americhe. O le americhe incontrarono lui - senza averlo cercato -, e loro stesse, ma questo solo dopo il battesimo.
postato da: egovirtuale alle ore 21:37 | link | commenti
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martedì, 20 settembre 2005

Che poi non ho mai capito gli imbecilli che preferivano gli ultravox di midge ure a quelli di john foxx.

postato da: egovirtuale alle ore 22:00 | link | commenti
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Completamento automatico.
Come un software che suggerisce il resto di una parola, così il nostro cervello, assunti alcuni dati o indizi elabora il resto e passa oltre.
Fatta l’esperienza di un dato fenomeno o cosa, in una nuova esperienza l’individuo tende a chiamare le nuove cose che ha davanti con il nome dell’altra volta. Di un processo o di una presunta intenzione altrui, suggerisce già il seguito e la conclusione.
Credo ciò valga in ogni cosa della quotidianità. Una volta assunto che la cosa sta lì, le volte successive il crevello suggerisce quella posizione data. Se poi la cosa non sta più lì, insiste: come fosse un errore non suo; talvolta corregge, forza il dato reale per farlo coincidere con le attese implicite.
Dal punto di vista del risparmio è una grande cosa. Assunta una cosa, si può passare ad altro. E’ una grande economia. Si assume che. Si da per assodato che. Il completamento automatico poi diventa davvero automatico, un dato assoluto, radicato, naturale.
Viceversa, cosa sarebbe se, ogni giorno si dovesse ritornare sulle cose? Se si dovesse ritornare sul fatto che una cosa è così, e sta lì, e si comporta così e rispetto a me significa questo. Sul fatto che tu sei tu, sei quella di ieri e che pensi solitamente così, e che io per te sono questo eccetera eccetera. Sul fatto che il sole sorge all’alba, che l’acqua bagna, che la strada di casa è quella….
Eppure, essere automatici non significa essere davvero oggettivi. Esserlo troppo, poi, significa negare alle cose di essere diverse dalle soluzioni automatiche che il software del cervello propone per non rompersi troppo le palle.
Diciamo che il cervello ha bisogno di economizzare, per passare ad altro. In fondo l’essere umano è un essere presuntuoso: dà per presunto che le cose stiano e si comportino come ha potuto constatare un attimo prima, il giorno prima, il mese prima. Davvero, noi siamo come ciechi: vista una cosa la continuiamo ad immaginare lì. Siamo come mister magoo. Senza esagerare. Il fatto è che per una buona percentuale, le cose sono prevedibili. Per questo il giochetto funziona. Le variazioni del sistema sono contenute, e più si va nella “struttura” del mondo, sufficientemente stabili per dire che “con certezza” le cose stan così. Le cose stanno così. Punto.
Se la precarietà, l’imprevedibilità, il caos fossero totali e non ci fosse la possibilità di riconoscere modularità, ripetizioni, non ci sarebbe gran successo per il completamento automatico.
Credo che la stabilità e la conseguente prevedibilità, siano alla base perché un sistema possa fare un salto di livello: non si occupa più di essere sicuro che le cose di quel livello son così. Se invece è sicuro, passa a considerare livelli di complessità e astrazione maggiori. Un livello di precarietà ed imprevedibilità elevato impedisce di fatto processi evolutivi: l’individuo è costretto a constatare ogni nuovo giorno se le cose siano come erano. Con un dispendio di energia che gli impedisce qualsiasi investimento di ordine più elevato (magari il completamento automatico gli dirà che le cose non sono mai come erano persino anche quando lo sono con evidenza). Le persone insicure ne sanno qualcosa. Serve, insomma che il mondo sia quello di ieri per cambiarlo. Altrimenti è ancora necessario conoscerlo, capirlo e imparare a prevederlo. Il saggio prevede.
E’ come una scala sulla quale si cerca di salire. Se balla si sta fermi sul primo scalino e si prova a testare se regge o meno. Non si sale fino all’ultimo, insomma. Se appare solida, si rischia e si sale. E da lì si vedono le cose da un punto di vista nuovo. Da un “alto”.
C’è bisogno quindi che le cose siano com’erano.
Per questo ci si incazza se oggi le cose son cambiate, se son cambiate le carte in tavola, se le previsioni falliscono, se “mi ha deluso”, se “non me lo sarei mai aspettato”. Per questo c’è chi costringe all’abitudine, alla regola, seppure con modi sgradevoli o coercitivi.
Con il completamento automatico si va veloci.
Il problema è che il completamento viene fatto in relazione ad una base dati che appartiene a me. Che è limitata pertanto, ma che per me appare esaustiva. Perciò credo di avere sempre ragione. In sostanza uno parte dalle sue esperienze per dare e completare un senso alle sue nuove esperienze. Se son poche, non avrà tante variazioni a disposizione nell’immaginare un completamento. Le cose dovranno stare dentro alle sue poche possibilità. E’ anche vero che però, più un comportamento si comferma previsto, più solidifica la previsione nel reputarsi ottimale, tendente all’assoluto. Per questo non va mai bene che le cose siano troppo prevedibili. Qualche sconvolgimento devono darlo. Qualche botta in testa bisogna prenderla.
 
- Le cose son così. Punto.
- Ma le cose non sono proprio tutte così, non sempre così.
- Le cose son così e basta.
- Sei come un vestito troppo stretto per il mondo.
postato da: egovirtuale alle ore 21:52 | link | commenti
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La comicità utilizza le regole della comunicazione, del linguaggio e degli scambi simbolici o materiali, per romperle. Le persone in genere si attendono il rispetto di quelle norme, che spesso, non sono altro che comportamenti di feedback attesi, legati al galateo, alla cultura, alle abitudini, ai modi di dire e fare… Alla “buona norma” insomma.
Il comico rompe quegli schemi e sorprende con una risposta inattesa.
Ma non è sufficiente questo, per fare il comico. Costui è certo consapevole degli automatismi discorsivi, comportamentali, comunicazionali, presenti nelle relazioni: egli sta nella relazione e nelle sue norme salvo poi uscirne per superarle, aggirarle, rovesciarle. Ma in lui è presente una intenzionalità che va oltre alla trasgressione. In uno scambio tra due, in una relazione rende esplicito l’implicito inesplicitabile. Rende implicito l’esplicito. Dice quello che pensa e che non si dovrebbe dire. Pensa quello non dice e che si dovrebbe dire. Stende l’avversario, punta la lama della sciabola sulla zona più indifesa (che poi è quella più difesa) dell’altro e ride ritraendola.
Ha una intenzionalità che si esprime nel dire le cose senza dirle, nell’arrivare a vincere inaspettatamente l’altro senza che questi ne abbia, subitaneamente coscienza. All’altro, gli fa poi salva la vita, ma solo per una sorta di disprezzo. Dimostra come è fragile l’uomo che tende una mano e con l’altra si nasconde. Ride di sé, in fondo, aggirando sé stesso, nell’altro, con l’altro ignaro di tutto. Quest’altro, crede poi di essere la vittima, ma non sa che la vittima era il comico stesso. Non sa che nel combattimento (“ma quale combattimento?!?” si chiede), sono morti entrambi. E non c’è niente da ridere.
E tutti ridono.
postato da: egovirtuale alle ore 21:44 | link | commenti
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SIDERALE
 
Dal terrazzo guardo le case di fronte. Non mi dice molto questo orizzonte chiuso e ravvicinato di mondo. Diverso è immaginarlo visto dalle nuvole, che screziano il cielo della sera. Un respiro diverso, tutto assumerebbe una dimensione diversa. Più leggero anche io.
È una questione di prospettiva. La prigione a volte non è nient’altro che il punto di vista dell’osservatore.
postato da: egovirtuale alle ore 21:36 | link | commenti
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Più si sa, meno si sa. Non tanto o non solo per il fatto che più si conosce, più ci si rende conto di quello che ancora non si conosce. Piuttosto per il fatto che il “sapere già”, ci circonda di risposte. Una risposta annulla la domanda, la azzera, la soddisfa anche quando non è delle migliori, la accantona per passare oltre.
Avere troppe o tutte le risposte, o meglio, avere una risposta per ogni cosa, chiude il mondo, lo zittisce, lo annulla, lo costringe a stare tutto nelle risposte date e disponibili. E’ per questo che occorre sempre rimanere almeno un poco smarriti dinanzi alle domande.
Meno si sa il mondo, più il mondo potrà essere.

L'uomo che ha tutte le risposte è già morto.

postato da: egovirtuale alle ore 21:31 | link | commenti
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DE MONDIBUS 2

Autonarrazione in tempo reale della cosificazione della propria esperienza sensoriale.
[eccolo, il tuo mondo]

postato da: egovirtuale alle ore 21:16 | link | commenti (2)
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lunedì, 19 settembre 2005

DE MONDIBUS

Dal punto di vista della propria esperienza del mondo, il mondo non è che tessuto connettivo immateriale costruito dalla mente intorno a indizi scarsi e superficiali.
Si può dire che il mondo è la personale-esperienza-del-mondo e l’esperienza personale del mondo è esperienza-di-esperienze-del-mondo.
Vale a dire che nell’atto del dare un senso agli eventi del presente che vivo, quel senso che sto per dare discende dal fatto che riconosco nell’evento che accade alcune caratteristiche chiave, alle quali sono particolarmente sensibile ed attento. Queste caratteristiche chiave sono come indizi che rilevo, che riconosco, ancora una volta – come allora – e nel presente. Si tratta di aspetti che in esperienze passate ho ritenuto significativi al punto tale da individuarli come tratti caratteristici di un certo accadimento, capaci in conseguenza di ciò, di anticipare l’evento nel suo dispiegarsi. Per fare un esempio: se sento quel rumore di passi, con quelle caratteristiche di ritmo, intensità, in quel momento del giorno, eccetera, posso anche dire a chi appartengono senza averlo per questo visto attraverso la finestra. Questa è quella che si chiama intuizione: ovvero la capacità di cogliere tratti caratteristici di un dato evento fin dal suo apparire e prima del suo pieno dispiegarsi e svolgersi. Questo “decidere a priori cosa mi basta per sapere già quello che andrà ad accadere”, ha di fatto il grande vantaggio di semplificarmi la vita. Mi addestro a cogliere l’arrivo di quegli indizi e non di altri (che reputo non rilevanti), perché mi permette di dedicarmi ad altro. L’esempio è il suono della sveglia del mattino. Posso dormire finchè non la sento.
Potrei quindi dire che ad una certa età, una persona ha già “catalogato” parecchie esperienze di eventi e stabilito con precisione gli indizi che annunciano il sopravvenire di quegli accadimenti. La seconda volta non è più come la prima, insomma.
Da questo punto di vista, allora, non sto che vivendo attribuendo senso agli accadimenti del presente e facendo riferimento a tratti che ho già definto in passato: riconosco nel presente solo ciò che ho conosciuto (e riconosciuto) nelle mie passate esperienze.
Il mondo presente è una costruzione di senso che si basa su vecchie premesse. Gli indizi ai quali sono così attento, sono conseguentemente “confermativi”: dicono solo se è plausibile che stia per accadere o meno quello che similmente era accaduto nelle mie esperienze passate. Non possono dire “altro”. E’ per questo che dinanzi a comportamenti inattesi del mondo, io rimango smarrito, disarmato, sconcertato. Al punto tale da negare l’evidenza, perché non ho alcuno strumento per capire quel che succede. Questo accade anche su di un piano più astratto quale è quello delle teorie scientifiche di spiegazione del mondo (vedi Kuhn)? Il mio sforzo è tutto proteso a costringere quello che accade entro i miei parametri di riconoscimento, entro i miei parametri di causa ed effetto. La mia linea è quella assimilativa, di integrazione coatta del mondo entro i miei schemi di mondo. Ciò che non è assimilabile viene negato e se non è possibile negarlo, allora viene espulso. L’esperienza personale del mondo, man mano che la vita di una persona va avanti, diventa tautologica, confermativa e quindi altamente semplificante. La semplificazione è involutiva. Nel corso della vita mi focalizzo sempre di più intorno ad alcuni degli indizi che avevo individuato.
Gli indizi sono - in quanto confermativi – altamente rassicuranti: rassicurano sul fatto che “non può che accadere che questo”. Diventano ancoraggi sul mondo. Rendono il mondo riconoscibile anche nel giorno nuovo. Non è forse piacevole risentire quel rumore che annuncia l’apparire di questa o quella persona? Cosa accadrebbe viceversa se il sole non sorgesse il giorno dopo? Cosa accade quando ci si dimentica di essere dove si è, pensando invece di essere altrove? Da una parte lo straniamento; dall’altra la familiarità. Da una parte il rilassamento, dall’altra l’angoscia.
A volte quegli indizi diventano ossessioni. Si cercano forzando il mondo. Diventano isole nell’oceano. Isole di senso. Venute meno quelle isole, accade l’irreparabile: niente è più riconoscibile; nemmeno il riconoscitore (ovvero il soggetto che non risconosce l’irriconoscibile, diventa egli stesso irriconoscibile/irriconosciuto). La propria esperienza del mmondo diventa la propria condanna.
Altre volte gli indizi diventano agganci di senso che si cercano o si danno nelle conversazioni tra due persone. Non appena si parla di un argomento che “rassicura”, che è “conosciuto”, ecco che l’interlocutore si sente a suo agio e coglie l’occasione per poggiare la sua risposta sopra a quella isola/argomento.
Il processo che sta dietro a questa “astratta” (e via via più navigata) attribuzione di significato agli eventi del mondo, è un processo di selezione. Non è di per sé sufficiente a garantire efficacia. Funziona solo se il mondo si comporta come è previsto che si debba comportare. La semplificazione manda in crisi quando accade qualche cosa che non era prevedibile/previsto. E’ per questo che l’unica strada per riconnettersi al mondo nella virtualità delle esperienze possibili di mondo, è quella di ritornare sui modi di “selezionare”, di individuare indizi, di scremare gli indizi-chiave. Non si può certo essere diversi da quelli che si è, ripartire dalla esperienza zero di mondo. Si può però ritornare sui propri passi. Allargare nuovamente la sensibilità a indizi dimenticati, tralasciati, abbandonati. Modificare in sostanza i processi selettivi che si rivelano inefficaci a riconoscere il mondo. A partire dal proprio sentire il mondo che accade, ricominciare a disegnare nuovamente una mappa degli indizi, allargarla. Diventare sensibili ad ulteriori indizi.
Le sintesi non sempre funzionano. Non sempre le generalizzazioni risultano utili.
Modificando gli indizi a cui si è sensibili, si modifica la propria esperienza dell’evento, si modifica anche l’evento, l’accadimento che gli indizi prevedono accadibile. Questo perché gli indizi scelti possono dire solo se presumibilmente ci sarà o meno quell’evento.
Certo, niente ci può assicurare la certezza della prevedibilità assoluta del futuro. E’ però altrettando vero che quegli indizi non mi diranno se sta per accadere altro: l’”altro” non è indicabile da quegli indizi. Quello che però si può fare è pertanto tornare indietro un poco e recuperare alcuni “vecchi” indizi.
La fabbrica degli indizi è il corpo. La base degli indizi è il sentire, il percepire.
Si conosce riconoscendo. C’è sempre qualcosa che si può riconoscere in ciò che non si conosce/riconosce ancora, si tratta di trovare cosa. Non si conosce non riconoscendo. Ciò che sta al di fuori del riconoscibile è al di fuori della umana conoscenza. Umanizzare il mondo significa cercare in cosa è riconoscibile il mondo. Umanizzare l’umanità significa cercare in cosa è riconoscibile l’altro. L’altro è sempre anche sé stessi.
Ri-farsi sensibili ad altri indizi. Risperimentare il mondo per recuperarlo. Risperimentarsi per recuperare altri indizi possibili.

postato da: egovirtuale alle ore 23:09 | link | commenti (4)
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domenica, 18 settembre 2005

Troppe pugnette signor ministro...

postato da: egovirtuale alle ore 14:42 | link | commenti (2)
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venerdì, 16 settembre 2005

Lumi, n'è scienza.
postato da: egovirtuale alle ore 16:35 | link | commenti (1)
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L'italia è il paese dei furbi.

postato da: egovirtuale alle ore 11:51 | link | commenti
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giovedì, 15 settembre 2005

Salta l'intero tour dei Futili Motivi.

postato da: egovirtuale alle ore 22:10 | link | commenti
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Il cielo in una stronza.
postato da: egovirtuale alle ore 22:06 | link | commenti (2)
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Al tol emani. Fu ori. Sa: l'ami.

postato da: egovirtuale alle ore 21:55 | link | commenti
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mercoledì, 14 settembre 2005

Se dio benedice l'america, io maledico dio.

postato da: egovirtuale alle ore 21:49 | link | commenti (3)
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Catodico fervente.

postato da: egovirtuale alle ore 16:56 | link | commenti (2)
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Ho visto triangoli scaleni prendere l'ascensore, angoli ottusi strillare in falsetto, basi per altezze diviso tre.
postato da: egovirtuale alle ore 16:12 | link | commenti
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martedì, 13 settembre 2005

The show must go home.

postato da: egovirtuale alle ore 23:00 | link | commenti
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Potevate dirmelo terza.
postato da: egovirtuale alle ore 19:22 | link | commenti
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Dio è gratuito. L'assistenza no.
postato da: egovirtuale alle ore 19:21 | link | commenti
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Rutto agli arresti domiciliari.
postato da: egovirtuale alle ore 19:20 | link | commenti (2)
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postato da: egovirtuale alle ore 19:08 | link | commenti
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lunedì, 12 settembre 2005

Afflittasi.

postato da: egovirtuale alle ore 22:37 | link | commenti (1)
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Quanto vi devo?

postato da: egovirtuale alle ore 22:26 | link | commenti (4)
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domenica, 11 settembre 2005

Le patate germogliano anche sotto al lavello. Sono vive, è chiaro. Siamo circondati di cose vive che crediamo morte. Alcune di queste le mangiamo, pure.
postato da: egovirtuale alle ore 22:23 | link | commenti (3)
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Gli statiunitensi morti ammazzati sono più morti degli altri morti ammazzati. Amen.
postato da: egovirtuale alle ore 22:13 | link | commenti
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sabato, 10 settembre 2005

PICCOLI MEDI STRONZI CRESCONO

La commedia "Fazio sì fazio no", rivela un tratto culturale interessante della cultura italiana (quella alta), ovvero che sia possibile ammettere (ed anzi auspicare) comportamenti illeciti, illegali, contrari alla deontologia, alla morale, al senso civico, solo in virtù del fatto che quei comportamenti agevolano gli interessi di questa o questa lobbina alla quale il malfattore si sente affettuosamente legato.

Così si può essere pure antieuropei, delocalizzare la produzione nei paesi più sfigati, ridurre in polvere il welfare ed il diritto del lavoro, sfruttare i lavoratori dei paesi più poveri più dei propri, portare i soldi all'estero, pulirsi il culo con la bandiera tricolore, fare la caccia al musulmano, baciare la Croce nelle aule, non pagare le tasse, azzerare la libertà di informazione, baciare la mano, piegare la giustizia ai cazzi propri, ecc., e finire a prendersela col relativismo.

postato da: egovirtuale alle ore 10:10 | link | commenti
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venerdì, 09 settembre 2005

STORIA SOCIALE DEI BLOG

Quando c'era brontolo eravamo tutti una novità.

postato da: egovirtuale alle ore 16:43 | link | commenti
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Orgasmare la finzione.

postato da: egovirtuale alle ore 16:38 | link | commenti
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Per la cronaca, diviso due.
postato da: egovirtuale alle ore 16:36 | link | commenti
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giovedì, 08 settembre 2005

Il mondo è un tessuto connettivo immateriale costruito dalla mente intorno a indizi scarsi e superficiali.
postato da: egovirtuale alle ore 22:34 | link | commenti (2)
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.anrot is non orteidnI
postato da: egovirtuale alle ore 22:16 | link | commenti
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Non male la musica di questa etiketta.

postato da: egovirtuale alle ore 22:06 | link | commenti
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mercoledì, 07 settembre 2005

Ne abbiamo le tasche piene.

                             i tuoi pantaloni

postato da: egovirtuale alle ore 23:16 | link | commenti
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"...Pronto, non fare domande e ascolta: leggi in quest'ordine la riga 27 dell'art. 23 , la riga 2 dell'art. 87 e la riga 4 dell'art. 10 quater del D.P.C.M. 4 marzo 2001. Poi appendi un ombrello alla finestra del salotto. Quello è il segno. Da lì inizia la fase 2. Click."

                     messaggio telefonico da parte di organizzazione sconosciuta

postato da: egovirtuale alle ore 23:13 | link | commenti
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L'esercito del male sta cambiando i nomi delle stelle.

                      messaggio anonimo trovato sul cofano di una 127

postato da: egovirtuale alle ore 23:07 | link | commenti
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Dig here

                       X

postato da: egovirtuale alle ore 22:59 | link | commenti
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Il paradiso è pieno.

postato da: egovirtuale alle ore 22:55 | link | commenti (1)
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Caro lettore, puoi scostarti dallo schermo che non vedo?

postato da: egovirtuale alle ore 22:40 | link | commenti (2)
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lunedì, 05 settembre 2005

Non è tanto, o meglio, non è solo il fatto che questo paese sia governato da bugiardi affaristi senza senso etico, ma è piuttosto il fatto che la maggior parte degli italiani si scortichino le mani per applaudirli, e si sbavino addosso al solo desiderio di essere come loro, che mi dà la nausea. 

Se poi penso ai dalemi, ai rutelli e ad altre putrefazioni simili, posso passare direttamente al vomito.

postato da: egovirtuale alle ore 16:53 | link | commenti (6)
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 New Orleans, città gemellata con Falluja.
postato da: egovirtuale alle ore 16:35 | link | commenti
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venerdì, 02 settembre 2005

L'italiano medio è un coglione.

postato da: egovirtuale alle ore 09:14 | link | commenti (4)
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Fazio rimettiti.
postato da: egovirtuale alle ore 09:10 | link | commenti
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Si scrive qua:

[...] Ma ci sono forti perplessità soprattutto dentro Forza Italia. L'ultima è esplosa ieri sera quando il responsabile Giustizia Gargani ha scoperto l'esistenza dell'ultimo articolo, l'ottavo, durissimo contro i giornalisti. Saltando a piè pari il lavoro di Camera e Senato sui reati a mezzo stampa, ecco la novità: chi pubblica "intercettazioni di conversazioni o comunicazioni è punito con l'arresto da uno a tre anni o con un'ammenda da 500 a 5mila euro". Da due a sei anni di carcere per i pubblici ufficiali. Una stretta specifica cui se ne aggiunge una generica: chi pubblica l'atto di un processo rischia l'arresto fino a sei mesi. Dice Gargani: "Sto cercando Berlusconi per dirgli che non sono assolutamente d'accordo". [...]

Calderoli avrebbe voluto la castrazione chimica, in linea con la depenalizzazione dei reati, tanto voluta dall'attuale governo.

postato da: egovirtuale alle ore 09:09 | link | commenti
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giovedì, 01 settembre 2005

Razinga Z.

postato da: egovirtuale alle ore 20:19 | link | commenti (2)
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