sogno mio padre, vivo. gli chiedo: ma non sei contento? eri morto, ora sei di nuovo vivo: è pazzesco, un miracolo! non sembra particolarmente emozionato, forse nemmeno mi risponde, continua ad ordinare le sue cose in box di plastica appena comperati. lo guardo e penso al fatto che anche chi è morto e poi rivive, comunque deve morire ancora una volta. penso che sarebbe strano vivere così, sapendo di dover morire una seconda volta.
mentre guido penso che non credo nell'aldilà. penso che la cosa triste non è nemmeno tanto il fatto di diventare nient'altro che polvere, terra, ma piuttosto il fatto che da morti non potremo più parlarci
la condizione normale è essere niente, non essere, o come meglio preferisci chiamarlo tu. Siamo eternamente niente, salvo per un periodo essere vivi, avere una vita, nascere, crescere e poi morire. Continuiamo ad essere niente anche quando siamo vivi, ma ci sovrasta questa coscienza di vivere, che copre il niente eterno, come le nuvole il sole. Continuiamo ad essere niente, eternamente, dopo. Siamo niente. Un grande infinito niente che sboccia in brevi fiori qua e là
Per il "discorso patafisico sul dono ecc.", potete ringraziare lo sponsor ufficiale della speciale iniziativa editoriale: la mia influenza intestinale.
Per un discorso patafisico sul dono ecc. (parte quarta, delirante, con abbreviazioni)
Nella quotidianità pertanto le dimensioni della eteroregol., della autoregol. e della deregol. coesistono. Nel farsi quotidiano delle relazioni passiamo costantemente da una dimensione all’altra. Il più delle volte le Regole della convivenza civile ci salvano dagli effetti deleteri della autoregolamentazione reciproca o dal caos dell’azzeramento delle regole. Non di rado però le Regole istituzionalizzate vengono tacitamente sorvolate (anche questa è una forma di autoregolamentazione) o ignorate o lasciano esse stesse spazi la cui regolazione è demandata ai singoli. E’ qui che può nascere una confittualità nelle relazioni e possono trovare terreno scambi finalizzati all’aumento della dipendenza, della subalternità e della subordinazione. La difficoltà di intuire in quale regime avviene lo scambio (quanto c’è di dovuto sul piano normativo, quanto sul piano della buona educazione e della liberalità volontaria) o la volontà di una delle due parti di spostare in modo non condiviso la forma dello scambio da una all’altra dimensione (“mettiamoci d’accordo tra di noi”: l’aumma-umma), ma anche la presuzione che l’altro colga e accetti questi salti, tutto questo dà luogo a risposte non conciliabili che sono origine di incomprensioni e di contro-risposte la cui coerenza rimane tale solo all’interno del quadro cognitivo del singolo.
E’ però vero che da un punto di vista della sostenibilità delle relazioni, le tre dimensioni possono diventare (questa volta in modo prospetticamente inverso) l’una per l’altra la possibilità di sopperire ai limiti di ciascuna: dove la ER (la norma statuale) non giunge a regolare le relazioni, può arrivare la AR (il gruppo, la comunità), dove la AR non soddisfa più le parti la DR può consentire di azzerare e riscrivere in modo condiviso nuove regole di scambio (l’incontro rinnovato). Quindi, se il passaggio non esplicitato o non condiviso tra una dimensione regolamentativa e l’altra, all’interno di una relazione, può essere motivo di contrasti tra le persone, il salto consensuale ed esplicitato al regime relazionale precedente, può invece correggere e ristorare i rischi derivanti da comportamenti parossistici (innescati dalla mancata coincidenza del livello di regolamentazione entro il quale avviene lo scambio).
La capacità di riconoscere, esplicitare e decidere in modo condiviso e reciproco - all’interno di uno scambio relazionale -, i passaggi da un regime di regolamentazione all’altro, è la qualità necessaria alle persona per poter contenere le derive degli antagonismi e della violenza. Il semplice strumento attraverso il quale è possibile sperimentare questa capacità, è la conversazione, il dialogo. Dialogare sulle forme della relazione e degli scambi, conversare sulle regole implicite o esplicite, reciproche o unilaterali, che impostano gli sviluppi della relazione, è metacomunicare. Questa pratica genera l’antidoto sia alla “avocazione della possibilità di costruire socialmente le regole e le forme delle relazioni” come forma estrema di eteroregolamentazione, sia alla forma preistorica della deregolamentazione caotica originaria, perché genera una nuova metaregola.
Per un discorso patafisico sul dono ecc. (parte seconda, con le maiuscole)
La deregolamentazione: nella posizione storicamente originaria della deregolamentazione, le parti partono da una assenza di relazione e sono aperte ad una delle tre possibili dinamiche; nessuna delle due parti conosce la disposizione relazionale dell’altro verso di sé. In assenza di regolamentazione, nessuna delle due parti sa come reagirà l’altro alla propria proposta.
La autoregolamentazione: l’avvio della relazione pone le basi per una reciprocità che nella sua reiterazione consente alle due parti di condividere regole relazionali: cosa si può o si deve dare o prendere, in quale misura, quando, dove; cosa non si può o non si deve dare o prendere; in quali ambiti è ammessa o non è ammessa la indifferenza, la estraneità; quali sono le conseguenze del mancato rispetto delle regole condivise. Nel farsi della relazione vengono condivise le regole della relazione: la casistica e le dinamiche accettabili o inaccettabili dei casi, il valore di ogni bene scambiato o perduto, la corrispondenza dei valori tra beni di natura diversa. Negli spazi della autoregolamentazione rimane lo spazio per la deregolamentazione: ci sono scambi nei quali le regole non sono così esplicitate e condivise: scambi nei quali l’uno o l’altro o entrambe non sanno esattamente “cosa si può o si deve dare o prendere, in quale misura, quando, dove; cosa non si può…” e via di seguito. Il caso in cui uno dei due non sa, è tipico dell’estraneo che entra in relazione con un gruppo che ha consolidato al suo interno un sistema proprio di regole. In questo tipo di scambio deregolato nel regime di autoregolamentazione emerge un cortocircuito nella reciprocità: ciascuna delle due parti presume condiviso un sistema di regole che l’altro non conosce e non applica. Ma anche nel caso in cui nessuno dei due sa esattamente cosa si può fare o meno, si profilano problemi: entrambe le parti possono fare riferimento in modo non esplicito a sistemi di regole desunti da altri ambiti “regolati” e trasporli nell’ambito deregolato. Pure qui la reciprocità entra in cortocircuito: le attese e le presunzioni non vengono rispettate. Il cortocircuito riporta brutalmente nella situazione relazionale della deregolamentazione con la ridefinizione di regole non condivise e non esplicitate che aprono ad un caos relazionale dagli sviluppi parossistici.
La eteroregolamentazione: la istituzionalizzazione astratta (simbolica) e materiale (manufatti) dei sistemi di regole (consolidamento e radicamento culturale dei sistemi di regole) permette di risolvere e ricomporre gli effetti parossistici della deregolazione nella autoregolazione delle relazioni. Le regole della diade o del gruppo vengono superate gerarchicamente dalle regole della società (Stato e Istituzioni). Nella eteroregolamentazione vengono poste limitazioni (forme di calmieramento delle differenze negli scambi) agli effetti parossistici delle dinamiche relazionali, vengono esplicitati i correttivi (forme restitutive o riparative) degli effetti caotici nelle relazioni. Con la eteroregolamentazione si riducono a limiti socialmente accettabili le fome della dipendenza, della subalternità, della subordinazione.
Nello spazio della eteroregolamentazione convive uno spazio per la autoregolamentazione (ad esempio la dimensione privata delle relazioni, la interpretabilità della normativa in assenza di giurisprudenza). In questi spazi la autoregolamentazione può trovare dinamiche relazionali efficaci (che non producono inconciliabilità e parossismi) e convivere parallelamente alla dimensione della regolamentazione collettiva istituzionale; può anche trovare le medesime dinamiche disfunzionali descritte in precedenza (la de e la auto regolamentazione).
La eteroregolamentazione non è la soluzione definitiva alla regolazione delle relazioni umane, dal momento che per essere efficace deve essere accettata dai soggetti e riconosciuta come gerarchicamente superiore alle forme autonome di regolazione delle reciprocità. La applicazione coattiva di regole non precedentemente condivise con i soggetti, taglia in modo innaturale il decorso evolutivo dei sistemi di regolamentazione tra individui e gruppi; appare piuttosto come la privazione massima: la avocazione della possibilità di costruire socialmente regole e le forme delle relazioni (dittatura, legge marziale). Se le regole non possono più essere costruite socialmente, viene meno la regola delle regole (le regole si rispettano) e la regola della regola delle regole (il mancato rispetto delle regole va regolato).
tre dimensioni della regolamentazione delle relazioni: deregolamentazione, autoregolamentazione, eteroregolamentazione.
alla base della relazione, tre modalità: il dono (dare, andare verso, aprire ecc.), la privazione (prendere, togliere, andare contro, chiudere ecc.), l'indifferenza (estraneità, assenza di relazione, assenza di scambio).
storicamente le tre dimensioni della regolamentazione passano dall'una all'altra (dal de all'auto all'etero), senza però sostituirvisi pienamente, ma piuttosto sovrapponendosi in parte (occupando gli spazi lasciati liberi dalla successiva)
dinamiche della relazione: il dono dato genera restituzione, vale a dire che crea relazione e dipendenza nel tempo; la privazione genera riappropriazione, ovvero crea relazione e conflittualità negativa nel tempo; la indifferenza genera indifferenza, negazione della possibilità di relazione nel tempo.
il dono ha come obiettivo la inclusione dell'altro nel sistema relazionale; la privazione, ha come obiettivo la reclusione dell'altro nel sistema relazionale; la indifferenza ha come obiettivo la esclusione.
dono, privazione e indifferenza hanno dinamiche aumentative e parossistiche: la restituzione del dono contiene in sé dono aggiuntivo (rilancio del dono per consolidamento della relazione); la riappropriazione della privazione contiene in sé una quota di riappropriazione aggiuntiva (rilancio della subalternità rovesciata e copertura dei "danni"); la indifferenza in risposta alla indifferenza cancella ulteriormente gli spazi e le opportunità di relazione (negazione progressiva dell'altro ).
effetti parossistici delle dinamiche: il dono non ricambiabile genera dipendenza; la privazione a cui non può seguire riappropriazione genera subalternità; la indifferenza alla quale non segue indifferenza genera subordinazione.
in sostanza: al dono può seguire come risposta la privazione (privazione in questo caso è mancanza della restituzione e del rilancio del dono, in quanto dovuti); alla privazione può seguire come risposta il dono (il dono è la prostrazione arrendevole); alla indifferenza può seguire la privazione (riappropriazione di spazi e di opportunità di relazione se non di beni) ovvero il dono (restituzione come disposizione alla subordinazione o alla subalternità al posto della indifferenza escludente).
fine prima parte
All'origine delle scelta, dell'azione, sta l'emozione. E' l'emozione che orienta in una direzione o in un'altra. Per questo abbiamo bisogno di emozionarci. Senza emozione non c'è spinta, carica. La demotivazione è solo de-emotivazione. La dimensione razionale della scelta e dell'azione sta soltanto nella coerenza tra vissuto emotivo e rappresentazione cognitiva del mondo che fa da contesto causale alla scelta ed alla azione; non tra valutazione oggettiva del mondo e scelta dell'azione che ricompone l'atteso.
Poi c'è il paradosso che svela l'impostura della supposta razionalità dell'agire e cioè le azioni palesemente irrazionali finalizzate alla pura ricerca di emozioni eccetera
AMORI IMPOSSIBILI
Michele Zappalorto detto Mick voleva dire la verità, cantandola insieme al suo amico Tarra Luciano detto Lucky, un tipo talmente piccolo che le malelingue dicevano poteva starti in una tasca o comodamente seduto nel palmo della mano. Voleva, ma nessuno lo ascoltava. Eppure la canzone della impossibile storia d'amore tra il microscopico Lucky Luciano e Liana Bosconero, cassiera all'Ipercoop, conosciuta ai più come Lee Ann la svedese, di lì a qualche anno sarebbe diventata disco di platino alle Isole Fiji.
Lasciate Mick cantare, con Lucky Tarra in mano, "io sono unit'a Lee Ann, unit'a Lee Ann: è vero".
ONCE UPON A SEVENTH DIMENSION
quando ero simpatico, gli insetti volevano il mio autografo sulle ali. ora che non lo sono più, dov'è il rapidograph 0,000001?
Vi vorrei raccontare la storia di quello che voleva raccontare la storia della storia che voleva raccontare la storia di quello che la raccontava. Ma nessuno e nessuna storia, la sapevano.
Come alternativa, vorrei raccontarvi la storia della storia che non voleva farsi raccontare. Dunque.., la storia della storia che non voleva farsi raccontare, ma che vorrei raccontarvi, inizia con un finale che finisce prima ancora di iniziare. Detto questo, possiamo dire che quella che non vi ho appena raccontato è in sostanza la storia della storia che non voleva farsi raccontare. Ma dal momento che alla fine ho finito per raccontarla - questa storia che non voleva farsi raccontare -, possiamo effettivamente affermare che quella che vi ho raccontato, è tutta un'altra storia.
Per farmi scusare e per completezza, ritengo a questo punto doveroso raccontarvi anche la storia della storia che voleva farsi raccontare. La storia che voleva a tutti i costi farsi raccontare, iniziava ancora prima di iniziare e come è facile immaginare non finiva dopo il finale. Volendo essere precisi, direi che a questo punto della storia che voleva farsi raccontare siamo esattamente a metà della storia. Ma anche a questo punto siamo a metà del racconto. Anche adesso. Anche qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. E qui. E ora. E qui. Ma ora, per piacere, il ctrl+V, fatevelo da soli.
Tigìsera
al tigì-uno, fanno vedere un video che mostra la polizia spagnola che mena di brutto un immigrato. il servizio successivo è un parlamentare europeo del pdl che intervistato dice grosso modo "ecco come la spagna tratta i clandestini, con brutalità e senza rispettare i diritti umani; il nuovo ddl sulla sicurezza permette di trattare i clandestini rispettando i diritti umani e bla bla bla". a qual punto penso, come al solito "ma che cazzo dici, coglione", penso: "idioti che siete, mostrate un video in cui una spagna governata dalla sinistra tratta male gli stranieri per poter dire che la destra italiana non lo fa". poi però mi viene da pormi una domanda: come faceva il parlamentare a sapere che nella programmazione del tigì, la notizia che precedeva la sua intervista sarebbe stato il video del pestaggio dell'immigrato da parte della polizia spagnola?